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Ne Titani, ne Dei. Ne mortali, ne spettri. Le Furie non avevano vincoli, in quanto Custodi dell'onore. Esecutrici del castigo. Flagello dei traditori.

–Gaia.

Furie

Le tre Furie. Da sinistra a destra: Aletto, Megera e Tisifone.

Le Furie sono coloro che impongono, testimoniano e provvedono a far rispettare i patti e i vincoli di sangue che i mortali stringono tra di loro o con gli Dei dell'Olimpo. Coloro che vengono ritenuti e trovati colpevoli di spergiuro, vengono rinchiusi e torturati dalle sorelle nell'immensa Prigione dei Dannati. Tre sono le sorelle che compongono la specie delle Furie: Aletto, Tisifone e Megera.

All'interno della saga di God of War, compaiono citate in tutti i capitoli della saga; ma ricoprono un ruolo di rilievo come antagoniste principali solo in God of War: Ascension.

Serie di God of War Modifica

L'Ira dei Primordiali e nascita Modifica

In un'era antecedente i Titani, prima degli Dei dell'Olimpo, divampò una violenta battaglia...l'ira delle Divinità Primordiali...le creature che plasmarono la Terra.

–Gaia

Batalla de los Primordiales 3

Ourea ferisce gravemente Nemesi, colpendola al volto. In questo modo, la sangue e le carni della primordiale della giustizia finiscono nelle acque del mare.

Poco tempo dopo la loro nascita, tra i potenti Primordiali scoppiò una furiosa guerra, mossa dal desiderio di alcuni di riuscire a conquistare il potere e regnare così sui propri simili. Questo furioso conflitto andò ad intensificarsi tra quattro di queste antiche divinità: Urano e Talassa, e Ourea e Nemesi.

Con la morte di Talassa, per mano di Urano, vennero a formarsi tutte le masse d'acqua che ricoprirono la superficie della Terra. Quando però Ourea ferì gravemente Nemesi al viso, le carni e il sangue della primordiale della giustizia finirono nelle acque del mare appena formatosi. Qui, gli umori cominciarono a mutare e uniti a tutti quei primi mali, alla collera, alla sete di guerra scaturita da quell'antico scontro portarono alla nascita delle Furie.
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La nascita delle Furie, che emergono dal caos generato dalla battaglia tra i Primordiali.

E da questa collera, da questa sete di guerra, emersero le Furie.

–Gaia

Andando a costituire una razza a se, le tre sorelle erano prive di qualsiasi vincolo di sangue o di fedeltà nei confronti di qualunque razza divina presente sulla Terra. Ciò permise loro di andare a ricoprire il ruolo di imparziali guardiane dell'onore ed esecutrici del castigo nel caso in cui questo venga sporcato.

Non si conoscono le azioni delle sorelle durante il regno di Urano e (dopo la sua detronizzazione) durante quello di suo figlio Crono, ma è probabile che le tre decisero di restare in disparte ed osservare agli eventi che avrebbero portato alla caduta dei Titani e all'ascesa al potere degli Olimpici.
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Zeus, Poseidone e Ade vittoriosi alla fine della Titanomachia.

L'ascesa degli Dei dell'Olimpo e il patto di Briareo Modifica

Quando Zeus salì al potere, scoprì che le sorelle non rappresentavano una minaccia.

–Gaia

Dopo aver salvato i suoi fratelli dal ventre del padre, Zeus decise di muovere guerra ai propri genitori per punirli e detronizzarli, conquistando così il dominio su tutto il creato.
Briareo

Il Centimane, imprigionato negli abissi del Tartaro.

Le Furie impartivano il proprio castigo soltanto a chi ritenevano colpevole. E il primo di questi traditori fu il centimane Briareo.

–Gaia

Per aumentare le probabilità di vittoria sue e dei suoi fratelli, il Dio del Tuono decise di liberare il centimane Briareo dagli abissi del Tartaro; luogo dove era stato rinchiuso insieme ai suoi fratelli (Cotto e Gige) dal padre Urano; poichè questi fu disgustato dal loro aspetto e timoroso della loro tremenda forza. Fu così che tra i due venne stretto il primo patto di sangue nella storia del mondo: il futuro Re degli Dei avrebbe liberato l'ecatonchiro dalla sua prigionia se questi gli avesse promesso la sua eterna obbedienza e aiuto durante la guerra che stava per scoppiare.

Egeón junto a Zeus

Briareo decide di infrangere il vincolo con Zeus, per poter così partire e liberare Cotto e Gige dalla loro prigionia.

Quando il mostro strinse un patto di sangue con Zeus, salvo poi tradire il re degli Dei, le Furie non esitarono ad intervenire.

–Gaia

Grazie all'aiuto del mostro, gli Olimpici furono in grado di sconfiggere i possenti Titani e a rinchiuderli nelle profonde oscurità degli Inferi. Conclusa la Titanomachia, però, Briareo decise di infrangere il vincolo contratto con Zeus; molto probabilmente per avere così la possibilità di liberare i suoi due fratelli e assieme a loro riuscire a conquistare il Mondo, che apparteneva a loro per diritto di nascita. Avvertito lo spergiuro perpetrato dal centimane, le Furie non esitarono ad intervenire.
Furias y Zeus

Avvertito lo spergiuro di Briareo, le Furie non esitano ad entrare in azione.

Le sorelle non diedero tregua a Briareo, e dopo averlo catturato, lo torturarono senza pietà.

–Gaia

Dietro indicazioni del sovrano dei cieli, le tre sorelle cominciarono a dare la caccia a Briareo, e una volta raggiunto incominciarono a torturarlo senza pietà per punizione allo spergiuro commesso. Ridotto all'immobilità il mostro, le sorelle decisero che la morte era una punizione troppo clemente per il tradimento, così decretarono di fare di Briareo un esempio per tutti coloro che in un prossimo futuro avrebbero avuto la stoltezza di rompere una promessa o un patto di sangue.

Il primo ad infrangere un patto di sangue. Le Furie lo torturarono, tramutandone il corpo in questa oscura prigione.

–Murale nella Prigione dei Dannati, che spiega il triste fato toccato a Briareo.

Nei secoli successivi la cattura, Briareo fu orribilmente torturato: il suo corpo venne mutilato, intere sezioni e organi del suo fisico vennero rimosse o modificate, celle e macchinari di tortura vennero scavati nella sua carne e lentamente venne trasformato nella Prigione dei Dannati. E poco dopo il suo completamento, venne ben presto rinchiuso al suo interno il primo mortale che decise di infrangere un vincolo di sangue con una divinità.

L'arrivo di Ares Modifica

Un tempo erano giuste. Severe, ma giuste. Dev'essere colpa di Ares, immagino.

–Lo Scriba del Centimane

Negli anni successivi, le Furie testimoniarono e imposero gli innumerevoli patti che i mortali cominciarono a stringere tra loro e con le divinità olimpiche; ed imprigionare e torturare tutti coloro che invece venivano meno alla parola data. Tra questi vi fu anche il vincolo che il grande architetto siceliota Archimede strinse con il Dio dell'Illuminazione Apollo, quando gli promise che avrebbe costruito in suo onore un enorme statua nel luogo di nascita del Dio: l'arcipelago di Delo.

Quando l'ambizione e la sete di potere di Ares cominciarono a mutare in pura follia ed ira, nei confronti del regno di suo padre e del resto dei suoi familiari, andando così ad alimentare l'infame ciclo di parricidio (che da tempi remoti affliggeva la stirpe di Urano), il Dio della Guerra iniziò a tramare la disfatta degli Olimpici; ma per riuscirvi aveva bisogno di una sola cosa: il guerriero perfetto. Un guerriero capace, da solo, di radere al suolo l'intero Monte Olimpo.

Nella speranza di poter concepire egli stesso un tale soldato; il Dio del Massacro entrò in contatto con le Furie e con il tempo riuscì a corromperle facendogli sposare il suo folle piano di distruzione e conquista. Dopo aver portato le tre sorelle dalla sua parte, Ares, sempre più ebbro di potere e follia, si unì ad Aletto nella speranza che l'unione di un Dio e di una Furia potesse portare alla nascita dell'essere di cui il Dio del Massacro aveva disperato bisogno. Da tale unione nacque Orkos, che però ben presto si rivelò essere una delusione agli occhi del genitore e che per questo venne abbandonato a se stesso. Nonostante ciò l'alleanza formata tra il Dio della Guerra e le Furie rimase, così come i loro diabolici intenti.

Sono nato dall'unione del Dio della Guerra con la Regina delle Furie. Ebbro d'ira e di follia, Ares sperava di concepire il guerriero perfetto. Ma non ho fatto che deluderlo.

–Orkos

Vedendo dell'utilità nel giovane semidio, Aletto e le sue sorelle decisero di salvarlo (divenendo così le sue madri) e di affidargli l'incarico di Custode dei vari patti, con anche il compito di farli rispettare. Vincoli (sotto forme di brillanti pietre color ambra) che il semidio avrebbe dovuto portare sul proprio corpo, azione che non solo provocava un enorme dolore al neo-custode ma che ne affliggeva poi anche il corpo lasciando orribili incavi nei punti dove prima si trovavano le varie gemme. Tale era la mansione affidatagli che le Furie obbligarono anche lo stesso Orkos a compiere un giuramento sulla sua nuova funzione, vincolo che si convertì (come tutti i giuramenti testimoniati dalle tre sorelle) e si materializzò sotto forma di una grossa pietra color ambra.

Mi salvarono le mie madri, con il compito di far rispettare i patti.

–Orkos

E fu così che Orkos iniziò a servire le proprie madri, portando a termine fedelmente il loro volere, custodendo e facendo rispettare i vari vincoli di sangue contratti dai mortali; ignaro però delle vere motivazioni che spingevano le azioni dei suoi genitori.

Il patto di Kratos Modifica

Nel corso degli anni, Il Dio del Massacro cominciò ad osservare con interesse il giovane mortale Kratos. Vedendo nel semplice guerriero spartano le caratteristiche di un Dio, Ares decise di trasformarlo nell'arma definitiva di cui aveva bisogno.

Fu così che il folle Dio della Guerra cominciò segretamente a condizionare la vita dello spartano. Inizialmente gli fece prendere parte ad una delle tante scommesse tra gli Dei; l'obiettivo di questa nuova contesa divina era quello di scegliere un mortale e di obbligarlo a intraprendere un viaggio per riuscire ad ottenere la magica ambrosia del Dio Asclepio. Kratos, divenuto perciò il campione scelto da Ares, riuscì a vincere la sfida e a tornare trionfante a Sparta, dove fu nominato capitano. Da quel momento in poi, la vita dello spartano fu segnata.

Qualche anno dopo, raggiunta ormai la fama di guerriero micidiale, Kratos si lanciò insieme al suo esercito contro un'ondata di spietati barbari (guidati dal giovane re Alrik) che si stava ammassando ad est di Sparta, per volere di Ade, che voleva vendicarsi di Ares e del suo campione per la sconfitta subita. La battaglia fu breve e spietata: la disciplina dei soldati spartani fu quasi del tutto inutile contro la brutalità dei barbari.

Disteso ed inerme, sopra una pila di cadaveri spartani, Kratos stava per essere finito dal re barbaro; quando, in un disperato tentativo di salvare se stesso ed assicurarsi la vittoria, invocò l'aiuto del suo signore: il Dio della Guerra. Conscio che lo spartano avrebbe implorato il suo aiuto, Ares aveva già escogitato insieme alle Furie tre orribili prove di sangue con le quali suggellare il vincolo di Kratos ed averlo del tutto in pugno: versare il sangue dei nemici, il sangue degli innocenti e il sangue della sua famiglia.

Quando il Dio del Massacro salvò il suo discepolo dai barbari e gli consegnò le Spade del Caos, Kratos le utilizzò per decapitare Alrik, portando quindi a termine il primo tributo di sangue del suo patto. Negli anni di servitù che seguirono, Kratos e il suo esercito continuarono la loro incessante marcia di morte e distruzione per conto del Dio della Guerra. Durante questo periodo, molti furono gli innocenti che furono assassinati dallo spartano, facendogli compiere così anche la seconda prova del suo vincolo.

Quando infine il Pugno di Ares portò a termine il sacrificio ultimo, trucidando la propria famiglia in un inganno sortito dal folle Dio della Guerra, il vincolo tra lo spartano ed Ares era ormai completo e il sentiero verso il piano per la distruzione dell'Olimpo fu libero. Sfortunatamente per il Dio del Massacro, dopo la morte di Lysandra e Calliope, Kratos decise di rifuggire il vincolo che lo legava alla pazza divinità e per questo le Furie cominciarono a dargli la caccia per riuscire a riportarlo al servizio del Dio della Guerra.

Il tradimento di Orkos Modifica

Sconcertato e confuso delle azioni della propria famiglia, Orkos decise di cercare risposte rivolgendosi ad Aletheia, l'Oracolo di Delfi. Fu proprio la divinatrice a rivelare al Custode dei Patti il complotto di Ares ai danni di Zeus, e del fatto che la sua stessa nascita non fosse stato altro che un primo tentativo per riuscire a portare la distruzione del regno degli Olimpici.

Inizialmente incredulo sulla tanta crudeltà e follia dei suoi stessi genitori, Orkos si dimostrò scettico delle rivelazioni dell'oracolo; anche se ben presto realizzò che sue le parole corrispondevano alla realtà. La rivelazione sulla volontà di Ares di rovesciare Zeus per regnare egli stesso sull'Olimpo, unì Orkos e Aletheia, che ben presto divennero amanti.

Decisi ad avvertire Zeus e il resto degli Olimpici del rischio rappresentato da Ares e delle sue macchinazioni, i due si diressero verso l'Olimpo. Sfortunatamente per Orkos e la sua amante, il Dio della Guerra scoprì ben presto il loro piano. Timoroso che le loro parole avrebbero potuto condannarlo e distruggere le sue trame di conquista, il Dio delle Guerra mandò le Furie a caccia dei due. Le tre, dopo aver rapito Orkos e averlo riportato al Centimane, immobilizzarono Aletheia e senza alcuna pietà strapparono gli Occhi della Verità all'indifesa divinatrice, relegandola poi all'interno del tempio di Delfi.

Per evitare che qualcun'altro potesse scoprire il loro complotto, Ares ordinò alle Furie di nascondere gli Occhi della Verità. Le sorelle decisero di affidare il compito ai loro nuovi alleati, i fratelli siamesi Castore e Polluce, in cambio i due sarebbero divenuti i carcerieri di Aletheia e signori incontrastati del tempio delfico.

I Dioscuri decisero quindi di nascondere gli occhi all'interno della grande lanterna, della statua di Apollo a Delo. Ciò causò uno scontro con il siceliota Archimede e portò alla distruzione della statua stessa. Preso dallo sconforto, l'architetto si rimise subito al lavoro per ricostruire il suo sontuoso tributo ad Apollo, e per le Furie fu proprio questa l'occasione ideale per instillare nel poveruomo la loro venefica follia, portando Archimede a creare una insidiosa trappola per rendere ancora più difficile il riuscire a raggiungere gli occhi: la Sfida di Archimede.

Per molto tempo le Furie torturarono lo sventurato Custode, per punirlo del suo tradimento nei loro confronti e nel suo tentativo di rivelare al Padre dell'Olimpo i loro piani. Ma grazie alla sua abilità di poter creare dei cloni d'ombra di se stesso, ben presto Orkos riuscì a sfuggire dalla prigionia impostagli dalle sue madri.

La caccia a Kratos Modifica

Lasciato perdere il figlio, Aletto e le sue sorelle decisero di concentrarsi sull'unica cosa che davvero era importante per il loro folle piano di conquista: riportare Kratos al servizio del Ares.

Fu così che le tre partirono alla volta dell'ormai deserto villaggio di Cirra, luogo dove il Fantasma di Sparta aveva trovato rifugio dopo l'assassinio della propria famiglia. Le sorelle tentarono di stanare e condurre da loro lo spartano, attraverso le subdole illusioni di Tisifone, ma il guerriero venne salvato da Orkos (che gli consegnò degli oggetti in grado di allontanare dalla sua mente gli inganni delle Furie) che poi riuscì ad attirare lontano le tre, permettendo così a Kratos d'intraprendere il viaggio verso Delfi in relativa sicurezza (anche se ormai l'esercito delle Furie infestava l'intero villaggio).

Le tre riuscirono a raggiungere il Pugno di Ares quando oramai questo era arrivato a Delo e alla grande statua costruita da Archimede. Fu Aletto la prima ad attaccare, che sotto le sembianze di un enorme mostro marino, scagliò contro il molo dove si trovava Kratos la stessa nave che gli aveva concesso il passaggio dal porto di Cirra fino all'arcipelago. In seguito, quando il Fantasma di Sparta raggiunse il guanto di Apollo le sorelle attaccarono nuovamente.

Fu Tisifone a fare la prima mossa, ricreando (con l'ausilio delle sue concrete illusioni) una delle tante vie di Sparta; inoltre fece apparire un oplita spartano nel tentativo d'ingannare il Fantasma di Sparta e di ricondurlo docilmente sotto il controllo di Ares. Quando però Kratos si dimostrò resistente all'attacco mentale, Megera decise di prendere in mano la situazione, ordinando alla sorella di generare un'intera falange spartana e di mandarla contro il Pugno di Ares.

Quando lo spartano liquidò la falange irreale, la Furia della Carne scese in combattimento scagliando un soldato illusorio contro Kratos. Dopo un duro combattimento, lo spartano riuscì a stordire Megera e cominciò immediatamente a sferrarle delle violente percosse per poi, infine, lanciarla contro una colonna della illusoria Sparta. Con il nemico a terra intontito lo spartano decise di attaccare, sguainando una delle Spade del Caos, sfortunatamente per lui Megera si riprese in tempo bloccandolo e afferrandolo per la gola. Il Pugno di Ares però riuscì a vincere la presa e a sferrare due profondi affondi nel braccio di Megera. Gli affondi inflitti permisero allo spartano di strappare l'arto alla Furia, che cominciò così a dimenarsi dal dolore.

In soccorso della sorella, raggiunse Tisifone, che dopo aver dissipato l'illusione di Sparta evocò il suo Demone e lo scagliò contro Kratos. Allontanato da se la bestia, questa tornò dalla propria padrona. Fu allora che Tisifone decise di combattere direttamente lo spartano, con l'assistenza della sua creatura alata e facendo piovere dal cielo sfere della sua sovrannaturale energia. Quando anche Tisifone finì per essere sopraffatta dalla forza del guerriero marchiato, questi tentò di sferrarle il colpo di grazia, ma fu fermato da una ripresa Megera che cominciò così a combatterlo insieme alla sorella.

Stordite nuovamente le due sorelle, il Fantasma di Sparta si avventò su Tisifone, colpendola con una ginocchiata. Ripresasi dal colpo, la Furia della mente evocò nuovamente il suo demone, che con un colpo delle sue ali allontanò lo spartano. Intervenne allora Megera, che usando come trampolino l'evanescente creatura alata, cercò di colpire Kratos con un attacco in salto; sfortunatamente per lei, il guerriero marchiato riuscì a schivare l'affondo e a conficcargli nel ventre entrambe le sue Spade del Caos. Quindi, usando la Furia come un vero e proprio peso, il Fantasma di Sparta ruotò su se stesso, trasportando nel suo slancio Megera, che finì così per collidere con la sorella Tisifone, che cadde nuovamente a terra. Liberatosi della Furia della Carne (dopo averla lanciata oltre il limite del guanto, in pieno mare), lo spartano spostò le proprie attenzioni su Tisifone, e dopo averla sbattuta più volte contro il cordone di metallo lavorato che decorava il guanto, la infilzò in una delle numerose punte che sporgevano dal cordone stesso.

A quel punto intervenne Aletto, che dopo essere emersa dal mare ed aver riacquisito la sua normale forma, immobilizzò il guerriero con il suo inchiostro sovrannaturale. Una volta imprigionato lo spartano,la Furia dell'Anima tentò di convincerlo a ritornare al servizio del folle Dio della Guerra, prospettandogli addirittura una possibile ascesa all'Olimpo, nel caso avesse servito Ares con onore e rispetto. Quando lo spartano si rifiutò di tornare a servire il responsabile della morte della sua famiglia, si accorse che Tisifone in realtà non era morta e che quella che lui aveva infilzato al cordone metallico non era altro che un'altra illusione. In quel momento, Megera riemerse dal mare e si lanciò verso lo spartano ricolma di odio e rabbia per la mutilazione e l'affronto subiti; venendo però fermata da Aletto, che constatò che la mera punizione fisica non sarebbe bastata per convincere Kratos a tornare al servizio del Dio del Massacro, decidendo quindi di pensare lei stessa alla tortura del guerriero marchiato.

Sfortunatamente per le sorelle, in quel momento Orkos arrivò in soccorso dello spartano e dopo aver ammonito le sue madri che avrebbero fallito nel loro folle desiderio di distruzione ai danni degli Olimpici, teletrasportò lui e Kratos lontano, all'interno del guanto della statua; lasciando dietro di se solo uno dei suoi cloni d'ombra. Ricolma di rabbia per l'ennesimo affronto subito dal suo stesso figlio; Aletto ordinò alle sorelle di dare la caccia ai due.

Dopo aver donato la propria pietra del giuramento allo spartano, l'ex-Custode dei Patti tentò di portare lontano da Delo le sue madri, in modo da permettere al guerriero marchiato di poter raggiungere gli Occhi della Verità nascosti dentro alla lanterna. Sfortunatamente per lui, ben presto le Furie riuscirono a svelare il suo inganno e sopraffarlo, dirigendosi poi alla lanterna per riuscire a catturare anche Kratos, prima che questi riuscisse ad impossessarsi della preziosa reliquia delfica. Arrivate nel faro le sorelle riuscirono a prendere possesso degli occhi e ad immobilizzare il Fantasma di Sparta con il loro alieno inchiostro. Ottenuto ciò che volevano, le tre sorelle presero il volo e portarono entrambi i loro prigionieri tra le mura del Centimane.

Per due settimane Kratos soffrì, per mano delle Furie, terribili torture fisiche e mentali che lo spinsero sull'orlo della follia, oramai incapace di discernere con rigore i propri ricordi dalla realtà che lo circondava.

Sconfitta e morte Modifica

Ancora furiosa per l'affronto subito a Delo, Megera fece molte volte visita alla cella dello spartano (situata all'interno della bocca di Briareo) sfogando la sua rabbia su un inerme Kratos e privandolo del prezioso Amuleto di Uroboro. Durante l'ultima visita al guerriero marchiato, la Furia attaccò brutalmente il prigioniero, compiendo però l'errore di liberarlo da alcune delle catene che lo immobilizzavano. Sfruttando questo piccolo spiraglio di libertà, Kratos riuscì a liberare (dalle morse che le imprigionavano) entrambe le Spade del Caos e a sferrare un attacco al ventre di Megera.

Indebolita dall'improvviso attacco, la Furia della Carne fu colta alla sprovvista e questo permise allo spartano di afferrarla, e lanciandosi oltre la sua cella, di farla precipitare verso i piani inferiori della cittadella. Dopo essersi ripresi dall'impatto con il suolo, tra i due scoppiò un violento inseguimento per tutta la Prigione dei Dannati; durante il quale Megera non si fece scrupoli e inviò orde dei propri parassiti o di satiri demoniaci (sventurati prigionieri tramutati in abomini dagli stessi mostruosi insetti generati dalla Furia) contro il guerriero marchiato, arrivando anche a corrompere alcune delle numerose mani del Centimane pur di riuscire ad eliminare lo spartano.

In aiuto della sorella arrivò ancora una volta Tisifone, che cercò di confondere il guerriero creando l'illusione di un bordello. Sfortunatamente per lei, Kratos riuscì a dissipare l'inganno (grazie anche all'anello che Tisifone indossava e che era precedentemente appartenuto alla moglie dello stesso spartano) e ad attaccare la Furia della Mente, anche se rimase comunque vittima di una nuova illusione. Questo momento d'incertezza permise una nuova carica di Megera che, usando lo stesso Kratos per sfondare un muro, riuscì a portare il guerriero marchiato su una piattaforma che si ergeva proprio davanti alla bocca di Briareo. Qui, dopo aver assistito ad un nuovo massacro dei suoi parassiti e dei suoi deformi fauni, Megera decise di ricorrere a maniere drastiche per eliminare il Fantasma di Sparta: infettare l'intera testa del Centimane.

Nonostante la potenza data dalle numerose zampe insettoidi, scaturite dalla carne corrotta del figlio di Gaia, Kratos riuscì a cavalcare una delle tante mani infette e ad arrivare sull'occhio sinistro del mostro; in quella posizione si trovava la stessa Megera, che da lì riusciva a governare e a guidare i violenti attacchi della creatura. Nonostante questo però, lo spartano riuscì infine ad affondare una delle sue lame nel petto della Furia e a scaraventarla nel vuoto, verso i piani sottostanti della cittadella della prigione. Fu così che la prima delle tre sorelle incontrò la propria morte.

Ripresosi dallo scontro, Kratos ricominciò a ricostruire la prigione (con l'aiuto dell'amuleto recuperato dal cadavere di Megera) in modo così di poter raggiungere la Sala di Aletto e mettere fine una volta per tutte la follia delle Furie. Durante la restaurazione, lo spartano incappò nuovamente in Tisifone, che ancora un volta tentò d'ingannare il guerriero con le sue subdole visioni. Questa volta la Furia delle Mente assunse le sembianze del re di Sparta, nel tentativo di manovrare la sete di gloria e conquista del Fantasma di Sparta a proprio favore e convincerlo a tornare allo scopo deciso da Ares. Sfortunatamente, anche in questa occasione, Kratos riuscì a smascherare l'illusione sempre grazie all'anello che la Furia gli aveva sottratto e che continuava ad indossare.

Dissipata la visione e scacciato Tisifone, lo spartano si rimise in cammino verso l'entrata della Sala di Aletto (che era stata ricavata da una delle mani di Briareo). Raggiunto la porta, il guerriero marchiato venne ancora una volta attaccato dalla Furia della Mente e dal suo Demone. Ma nuovamente, il Fantasma di Sparta costrinse il duo a ritirarsi all'interno della sala, dopo aver recuperato la pietra del giuramento di Orkos che era stata precedentemente assorbita dalla creatura alata.

Una volta entrato nella sala, una nuova illusione investì Kratos. Questa volta il guerriero si ritrovò nella propria casa, con la sua pelle tornata alla normalità e non più sbiancata dalle ceneri di sua moglie e sua figlia; e le stesse Calliope e Lysandra erano presenti, ancora vive e vegete. Realizzando, a malincuore, però che nulla di quello che lo circondava fosse vero; il Fantasma di Sparta riuscì a dissipare anche quest'ultima, meschina, illusione e a constatare che la Lysandra di quell'inganno non era altri che Aletto. La Regina delle Furie tentò un'ultima volta di convincere lo spartano a tornare sotto il servizio di Ares, promettendogli in cambio un'eternità da spendere nell'illusione di poter tornare a vivere una vita tranquilla in compagnia della sua famiglia. Rifiutatosi ancora una volta di ritornare al servizio del Dio del Massacro, Aletto decise di eliminare Kratos, vedendolo oramai inutilizzabile per il piano ideato con Ares.

Sfortunatamente per lei, lo spartano attivò la Pietra del Giuramento di Orkos, creando così un suo clone d'ombra che gli funse da scudo. Utilizzando il momento di disorientamento della Furia, il Fantasma di Sparta si lanciò verso di lei, riuscendo a strappare gli Occhi della Verità che Aletto teneva attaccati alla cinta. Solo quando la Furia si ritirò, verso la grande piattaforma circolare al centro dell'immensa sala, si accorse che il guerriero le aveva sottratto la potente reliquia. Quando anche Kratos raggiunse la piattaforma, Aletto venne raggiunta da Tisifone che nel tentativo di proteggere lei e la sorella, dagli attacchi dello spartano, creò intorno a loro una gabbia con il loro innaturale inchiostro. Ma la protezione delle due sorelle non resse a lungo contro il potere degli Occhi della Verità e quindi ben presto dovettero affrontare il Fantasma di Sparta faccia a faccia.

Decise ad eliminare definitivamente l'uomo, le ultime due Furie arrivarono ad alterare la stessa sala: Tisifone, con i suoi poteri di alterazione della realtà, trasformò l'ampio ambiente in uno sconfinato e oscuro mare in tempesta (su cui navigavano delle navi greche ricolme di illusori soldati spartani), al cui centro si apriva un enorme vortice d'acqua. Il cielo di questo paesaggio spettrale era immerso nel crepuscolo con nubi temporalesche che riversavano fulmini e tornado nella sconfinata massa d'acqua e l'unica traccia di terra erano gli sporadici scogli aguzzi che sporgevano dalle rapide e letali onde nere.

Ritrovatosi su una delle tante navi in balia delle forti correnti, Kratos dovette affrontare sia Tisifone e il suo Demone, sia innumerevoli illusori soldati spartani evocati dalla Furia. Nello scontro si inserì anche Aletto, che sotto le sembianze di enorme mostro marino, attaccò anche lei la nave sulla quale si trovava il guerriero di Sparta. Afferrando l'imbarcazione con uno dei suoi tentacoli, la Furia strappò la barca dalle acque scure e la sollevò in aria. Dopo aver liberato la propria nave dalla mostruosa presa, il Fantasma di Sparta schivò i vari attacchi del mostro saltando da un tentacolo all'altro, fin quando non riuscì ad impalarne uno (facendolo esplodere) precipitando poi nelle impetuose acque nere.

Una volta in acqua, Aletto attaccò il guerriero con i tentacoli rimanenti. Quando però Kratos riuscì ad evitare entrambi gli affondi, la Furia tentò di sbranare il guerriero usando le sue mostruose fauci. Per sua sfortuna, però, il Fantasma di Sparta riuscì ad evitare nuovamente l'attacco e a conficcare una delle sue lame nella tempia del mostro. Facendo appoggio alla spada conficcata, lo spartano cominciò a pugnalare selvaggiamente la testa della creatura, fino ad aprire uno squarcio nelle carni mostruose. In preda al dolore, Aletto si diresse verso il vortice, sbucando nel mezzo dell'enorme gorgo. Qui, la Furia andò a sbattere contro alcune rovine che sbucavano dal vortice; e una di queste, divenne la piattaforma sulla quale lo spartano riprese la lotta con le due Furie rimanenti, dato che anche Tisifone si riunì allo scontro.

Sconfitte ancora una volta le sorelle, Kratos prese di mira Aletto, rimasta stordita dagli attacchi dello spartano. Dopo aver schivato nuovamente i tentacoli della creatura, il guerriero riuscì a rallentarli con l'ausilio dell'amuleto di Uroboro.

Poteri e Abilità Modifica

Galleria Modifica

Curiosità Modifica

  • Nella mitologia classica, le Furie sono conosciute anche come Erinni, mentre nella serie di God of War sono personaggi molto diversi; è sconosciuto se Erinni (quella che viene chiamata "La figlia di Tanato") sia nata dal sangue di Urano e poi sia stata allevata da Tanato o se sia veramente figlia dello psicopompo greco.